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Una panoramica del Venture Capital italiano

Per il suo focus sulla scoperta, il sostentamento e la crescita di startup, il Venture Capital è uno dei principali strumenti di supporto allo sviluppo dell’innovazione e della crescita economica di un Paese. Basti pensare che l’imprenditorialità sostenuta da VC sta diventando a pieno titolo uno dei principali motori del lavoro.

L’importanza del Venture Capital discende proprio dalle ricadute positive sulla crescita e lo sviluppo della società sia da un punto di vista umano che tecnologico, dimostrate da prove teoriche ed empiriche risalenti già all’inizio degli anni Duemila. Diversi studi evidenziano infatti, il forte legame tra il Venture Capital, il rinnovamento tecnologico e il conseguente sviluppo economico della società.

La consapevolezza del ruolo ricoperto nel processo di innovazione sociale e dei benefici che può portare all’economia di un Paese, ha spinto i policy maker di tutto il mondo ad assumere decisioni di politica economica a sostegno di questo strumento. Un esempio italiano è fornito dal decreto Rilancio che ha introdotto alcune misure per rifinanziare gli strumenti di incentivazione agli investimenti di Venture Capital – come i 200 milioni destinati al Fondo di sostegno al venture capital – e nuovi strumenti a sostegno delle startup – quali l’istituzione del Fondo per il trasferimento tecnologico e del First playable fund e l’estensione dell’accesso alle risorse del fondo centrale di garanzia per le pmi alle startup.

Il ruolo del Venture Capital nel favorire la Ricerca & Sviluppo

Il mercato italiano del Venture Capital soffre di un forte ritardo rispetto agli altri paesi, evidenziato da volumi di investimento ancora limitati, dalla scarsità di operatori strutturati e da un basso livello di coinvolgimento degli operatori internazionali.

Il divario è ancora più ampio rispetto ai Paesi in cui il Venture Capital è la forma dominante di finanziamento in capitale di rischio nel comparto innovativo e tecnologico, come negli Usa dove la % di posti di lavoro in aziende sostenute da VC (solo considerando le aziende pubbliche) corrisponde al 24% e sale addirittura al 68% nella Bay Area. Nell’UE la percentuale scende invece al 1.8%, in UK allo 0.8%, in Germania allo 0.3% e in Francia allo 0.1%. In Italia è perfino inferiore allo 0.01%.

Per giunta rispetto ad alcune delle economie più avanzate, l’Italia ha anche un basso livello di R&S. Mentre grandi budget di R&S stanno gravitando verso il digitale e la salute, le cifre italiane non reggono il confronto con quelle americane. Nel 2018 negli USA sono stati spesi 114 miliardi in R&S nel settore Internet, software e hardware, e 84 milioni in quello Pharma, biotech e healthcare. In Italia non è stato raggiunto il milione per entrambi i settori.

Questi dati evidenziano ancor più le potenzialità del Venture Capital come strumento di sostegno alle attività di ricerca e sviluppo di startup che possono diventare innovatrici sociali e tecnologiche del paese.

In crescita gli investimenti dei Venture Capital italiani

Tornando agli investimenti in VC italiani, i dati del primo semestre 2021 di AIFI disegnano un momento positivo anche grazie una platea sempre più ampia di investitori che ha recentemente approcciato al Venture Capital sull’onda della crescita dei ritorni. Nei primi sei mesi del 2021, 399 mln sono stati investiti in startup italiane, rispetto ai 216 € del primo semestre del 2020. Per maggiori informazioni si consiglia la lettura del nostro recente articolo: Private Equity e Venture Capital: raccolta a +194% nel 1° semestre 2021. Aumentano perciò gli investimenti in startup effettuati da operatori VC ma la crescita rimane sempre molto bassa se confrontata con altri principali paesi europei.

Il gap tra l’Italia e resto d’Europa emerge in modo chiaro nell’ultima ricerca di Dealroom. Secondo l’indagine, nonostante l’economia italiana sia la quarta più grande d’Europa risulta solo al 12° posto per gli investimenti VC in Europa.

Il valore d’impresa aggregato delle startup italiane è di 21 miliardi di euro, al 14° posto in Europa dietro Irlanda, Polonia, Finlandia, Belgio e altri.

Finora l’Italia conta solo due unicorni, Yoox e MutuiOnline, valutate oltre $1B, e attualmente ospita 12 futuri unicorni valutati tra $250M e $1B, solo il 6% del totale del Regno Unito.  Nonostante tutto, un certo numero di aziende unicorno è nato inizialmente in Italia prima di trasferirsi per scalare oltreoceano, come la londinese Depop che è stata acquisita da Etsy a giugno per 1,6 miliardi di dollari.

Il potenziale dunque c’è, come d’altronde la necessità italiana di ulteriori misure volte ad incentivare la capitalizzazione dell’innovazione cruciale, la R&S, il valore e il potenziale di creazione di posti di lavoro delle startup.

Recentemente alcuni importanti passi sono stati fatti per sostenere l’ecosistema tech italiano, tra cui il CDP Venture Capital e il Fondo Nazionale per l’Innovazione, Enea Tech per il trasferimento tecnologico (nonostante gli alti e bassi), e il fondo Recovery, a disposizione delle aziende tech italiane.

Si spera che queste misure influiscano positivamente nell’intero ecosistema dell’innovazione italiano e consentano all’Italia di replicare il caso emblematico e recente dell’Estonia, caso che ha permesso al paese di guadagnarsi il titolo di Silicon Valley del Mar Baltico.