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Start up, investimenti e acquisizioni: l’open innovation italiana stenta a decollare

Restano critiche le performance italiane sulle operazioni di acquisizione di start up innovative da parte di grandi aziende affermate. La carenza di partnership di successo tra grandi player e piccole realtà innovative, si conferma un problema strutturale dell’ecosistema delle start up italiano, un freno che necessita di essere rimosso per consentire alle start up di crescere e accelerare il proprio accesso agli investimenti e al mercato finale.

Poche acquisizioni dalle grandi aziende

C’è chi ci collabora con le start up, chi stringe joint venture o chi investe tramite un proprio fondo di corporate venture capital, ma sono ancora pochissime le grandi aziende italiane che acquistano start up. Non solo, stando agli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio Start up Hitech del Politecnico di Milano, quando questo accade sono poche le acquisizioni degne di nota per entità di investimento.

I dati dell’Osservatorio ci dicono che solo 12 operazioni di Venture Capital nel 2020 hanno superato i 10 milioni di euro, il 44% tra il milione e i 10 milioni (66% del 2019), il resto di minore entità.

Gli investimenti corporate (non afferenti a fondi corporate venture capital formali) si attestano a 65 milioni, su un totale di circa 680 milioni entrati nell’ecosistema italiano delle start up.

Insomma, in Italia nonostante il numero delle start up innovative continui a crescere (sono 12.561 le startup iscritte ai registri nazionali nel primo trimestre 2021) lo sviluppo resta faticoso, specialmente in fase di scale-up. Mancano partnership di successo con le grandi corporate, collaborazioni ritenute fondamentali per lo sviluppo, soprattutto dalle realtà in fase di crescita (growth stage) con ricavi superiori a 250mila euro.  

Intervistando un campione di circa 80 start up italiane, McKinsey e B Heroes hanno analizzato l’origine del problema. I principali ostacoli sono, per il 44% delle start up intervistate, i processi decisionali troppo lunghi, difficili da comprendere, l’esistenza di un gap culturale che non viene gestito (38%), ma anche (per il 26%) la velocità decisionale limitata e la flessibilità e autonomia insufficienti.

L’anomalia dell’ecosistema italiano, da tempo nota ai suoi attori, rischia di incoraggiare un mercato delle startup italiane somigliante al suo tessuto imprenditoriale, formato da piccole – medie imprese che non riescono a crescere di dimensioni.

L’ecosistema dovrebbe quindi agire in modo più coordinato delineando con il Governo una linea programmatica in grado di sostenere la crescita delle start up e dell’economia italiana.