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Non di solo agevolazioni fiscali beneficiano start up e PMI innovative: parte II

Riprendendo il precedente intervento, gli argomenti in questo articolo verteranno su altre agevolazioni importanti in materia giuslavoristica e fallimentare.

In primis, occorre sottolineare che tali incentivi sono previsti per le sole start up innovative. Resta, tuttavia, importante, anche per un stakeholder quale l’investitore, sapere di quali condizioni agevolative stia godendo o abbia goduto la startup innovativa o la pmi innovativa “ex startup”…

Startup: le agevolazioni in materia giuslavoristica

In materia giuslavoristica le peculiarità di cui godono le startup innovative riguardano in estrema sintesi:

  1. le assunzioni a tempo indeterminato di personale altamente qualificato (incluso l’apprendistato);
  2. la stipula di contratti a tempo determinato;
  3. la “composizione” della retribuzione.
  1. Le assunzioni a tempo indeterminato di personale altamente qualificato riguardano quei soggetti in possesso di dottorato di ricerca universitario o di laurea magistrale a carattere tecnico-scientifico impiegato in attività di ricerca e sviluppo tecnologico. Tali assunzioni beneficiano, per tutte le imprese di un’agevolazione che, in sostanza, consiste nella concessione di un credito d’imposta pari al 35% del costo aziendale per esse sostenuto, entro il limite massimo di Euro 200.000 annui. Si decade da questo beneficio se, nei tre anni successivi alla sua concessione, si verificano alcune fattispecie che in tal sede non approfondiremo. Ciò che però differenzia le imprese in generale dalle start up innovative è che tale credito è concesso primamente a quest’ultime e con un’istanza redatta in forma semplificata.
  2. Sul tema della stipula di contratti a tempo determinato è consentito  alle start up innovative , per i primi quattro anni dalla loro costituzione , di non rispettare la regola generale, per le imprese con più di 5 dipendenti, che, ai sensi del D.Lgs. n. 81/2015, prevede che i contratti a tempo determinato non possano essere stipulati in misura superiore al 20% rispetto al numero di lavoratori a tempo indeterminato, in forza al 1° gennaio dell’anno di assunzione. Altro elemento significativo è che, a tali società, sempre per il medesimo periodo, non si applicano neppure le previsioni in materia di proroghe e rinnovi, quindi è riconosciuta la possibilità di assumere personale con contratti a tempo determinato  della durata massima di 24 mesi, ma, all’interno di questo lasso di tempo, i contratti potranno essere di breve durata e rinnovati più volte, con grandi margini di libertà, superando i limiti di durata e del numero di proroghe definite dalla norma generale.
  3. Riguardo alla “composizione” della retribuzione, per i primi 5 anni dalla loro costituzione, essa può esser composta da una parte fissa e una parte variabile: la parte fissa non deve essere inferiore al minimo previsto dal Contratto collettivo nazionale di riferimento mentre la parte variabile si determina in relazione a una serie di parametri concordati quali l’efficienza e la redditività dell’impresa o la produttività del lavoratore e può includere stock option e stock grant.

Dal quadro giuslavoristico sopra emergente è lapalissiano quanto una start up innovativa, nei primi anni di sviluppo, abbia, in materia di lavoro,  margini di flessibilità legislativa notevoli.

Startup: le agevolazioni in materia fallimentare

A livello fallimentare, o meglio di procedura di liquidazione giudiziale (come da nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza), le startup innovative sono assoggettate in via esclusiva alla procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento e di liquidazione del patrimonio, con l’esonero, per gli iniziali cinque anni (scaturenti dal giorno della costituzione), dalle procedure di fallimento, concordato preventivo e liquidazione coatta amministrativa. I benefici principali derivanti da questo esonero sono l’accesso a procedure semplificate per la composizione della crisi in continuità e la riduzione dei tempi per la liquidazione, limitando gli oneri connessi al fallimento.

L’accordo di composizione della crisi

La prima procedura, l’accordo con i creditori, il cosiddetto “piccolo concordato”, permette all’impresa di proporre un pagamento parziale dei creditori similmente a quanto avviene nei concordati. Tale procedura ha la nobile finalità di “salvare” la continuità dell’impresa, permettendole di superare il momento di crisi finanziaria, attraverso una ristrutturazione delle posizioni debitorie; il piano può anche prevedere l’affidamento del patrimonio del debitore ad un gestore per la liquidazione. In caso di accordo positivamente omologato chiaramente il debito non pagato verrà esdebitato.  In breve ecco i passaggi:

  • deposito presso il Tribunale di competenza della  proposta di accordo (con relativo piano che preveda termini e modalità di pagamento dei creditori, nel rispetto di alcuni criteri fissati dalla legge in favore di determinate categorie di crediti), l’elenco dei creditori e l’indicazione dei rispettivi crediti, l’attestazione della fattibilità del piano rilasciata dall’organismo di composizione della crisi e ulteriore documentazione prevista dalla legge.
  • Emissione decreto di apertura della procedura che determina il blocco delle azioni esecutive individuali e dei sequestri conservativi, l’iscrizione di ipoteche giudiziali e volontarie ed altri diritti di prelazione sul patrimonio del debitore.
  • Prosecuzione  procedura, dalla durata di sei mesi, in cui il debitore, con l’assistenza dell’organismo di composizione della crisi e sotto la vigilanza del Tribunale competente, propone ai creditori un accordo di ristrutturazione dei debiti, il quale verrà omologato dal Tribunale in caso di approvazione da parte di un numero di creditori che rappresenti almeno il 60% dei crediti (esclusi i creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca).
  • Stipula accordo di ristrutturazione, al raggiungimento della predetta percentuale, che diviene obbligatorio per tutti i creditori, anche dissenzienti, aventi titolo anteriore all’apertura della procedura.

Come si evince, la breve durata della procedura, di soli sei mesi, può consentire, qualora si raggiunga l’accordo proposto, di ottenere il risultato di liberarsi integralmente delle proprie obbligazioni, e di poter eventualmente riprendere l’attività con un fresh start.

 La liquidazione del patrimonio

La seconda procedura, ossia la liquidazione del patrimonio, nasce nel caso non sia possibile la prima procedura sia per accordo non raggiunto sia per non corretta esecuzione della prima procedura.

In tale ipotesi, la startup innovativa deve mettere a disposizione tutti i suoi beni, inclusi quelli che sopraggiungano nei quattro anni successivi all’apertura della procedura. Difatti il procedimento di liquidazione, per legge, non può durare meno di quattro anni, e comunque non può essere dichiarato concluso finché non siano liquidati tutti i beni.

L’azienda sarà presa in carico da parte di un liquidatore nominato dal Tribunale al fine di vendere eventuali asset e distribuire il ricavato ai creditori. Tale liquidatore è una figura ben diversa nei poteri e nelle funzioni da quella del liquidatore giudiziale del fallimento. La sua figura non dovrà indagare le precedenti azioni degli amministratori (già vagliate in fase di ammissione) ma semplicemente dovrà valutare e vendere gli asset, distribuendo il ricavato e rispettando eventuali privilegi di legge.

A tutela dell’imprenditore, trascorsi dodici mesi dalla pubblicazione nel registro delle imprese del decreto di apertura della liquidazione, la compagine sociale delle Startup non sarà più visibile nel registro delle imprese, né nelle banche dati, al fine di evitare che il discredito conseguente all’insolvenza dell’azienda possa minare la credibilità dell’imprenditore e dei suoi soci per future iniziative imprenditoriali.

Ed anche per quanto concerne le procedure concorsuali, come chiaramente emerge sopra, si ripete l’intento del Legislatore di semplificare rispetto alle norme generali..

Fallimento start up: gli investitori e le tutele del modello Doorway

Stante quanto sopra, dal punto di vista dell’investitore, è importante che esso venga rappresentato da un soggetto in grado di tutelare nel miglior modo possibile il suo investimento nella startup. In questa fase critica può difatti considerarsi degna di nota la policy riservata agli investitori di Doorway. Difatti Doorway, attraverso il proprio modello operativo, che prevede che l’investimento avvenga per mezzo di una SPV (società veicolo) di propria costituzione, può esser in grado di fornire una miglior tutela degli interessi dell’investitore nella fase di recupero del proprio investimento, avendo la SPV maggior potere contrattuale.