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Lezioni di venture: il caso Israele

Israele, un Paese di 9,2 milioni di abitanti e con una dimensione per superficie di circa 14,5 volte inferiore all’Italia, è riuscita in poco più di 35 anni dalla nascita del Venture Capital (dalla fondazione del primo fondo di VC, Athena Venture Partner, nel 1985), a imporsi come una delle nazioni leader negli investimenti in startup.

Investimenti VC nelle startup israeliane

Dal report sugli investitori più attivi in Israele di Pitchbook, pubblicato il 6 ottobre, emerge come nel corso del 2021, sono stati investiti 7,45 miliardi di dollari nelle startup israeliane (più di 7x rispetto a quanto atteso per il 2021 dall’ecosistema italiano), con un incremento del 49% rispetto all’ammontare del 2020.

Un altro dato che testimonia, come Israele si sia guadagnata il soprannome di Startup Nation[1], è il numero di Unicorni per capita: La nazione della Silicon Wadi[2] si posiziona al primo posto con 1.58 unicorni per capita, precedendo Singapore e Stati Uniti rispettivamente fermi a quota 1.06 e 0.81.

Di fronte a tali risultati pare legittimo e necessario chiedersi come un Paese che ha ottenuto l’indipendenza nel 1948 e ha fronteggiato costanti conflitti con i Paesi limitrofi, sia riuscita in così breve tempo a scalare le gerarchie dell’industria del Venture Capital.

Come ha fatto Israele a diventare patria di startup e innovazione?

Secondo Jon Medved, CEO di OurCrowd, una piattaforma globale di investimenti in Venture Capital basata a Gerusalemme, nonché primo investitore per numero di deal del 2021 con 28 investimenti, gran parte del merito è ascrivibile alla cultura e mentalità israeliana.

L’assenza di risorse naturali e la costante minaccia rappresentata da scoppi di potenziali conflitti ha plasmato la mentalità israeliana verso un’accettazione del rischio e una convivenza con condizioni di incertezza tipiche del mindset imprenditoriale.

Un ulteriore fattore è rappresentato dall’investimento continuo nel capitale umano. Sin dai primi giorni di scuola, gli studenti israeliani sono incoraggiati e hanno a disposizione gli strumenti per avvicinarsi alla programmazione e allo sviluppo software. Come rileva Omer Ravi, il CTO e co-founder di OzCode, una piattaforma che accelera del 80% la risoluzione dei bug di sistemi informatici, gli studenti delle medie frequentano già corsi avanzati di computer science, alimentando organicamente la già affermata industria software israeliana.

L’unicità e il successo dell’ecosistema israeliano dipendono altresì dal dover “sopperire” a un mercato interno di esigue dimensioni. Le startup locali nascono necessariamente con ambizioni internazionali, business model scalabili e facilmente implementabili in mercati esteri. Tale caratteristica ha integrato tutti gli attori dell’ecosistema allineando fortemente gli interessi di Governo, aziende già affermate e istituzioni. Il mindset internazionale ha così convinto e attratto capitali e player esteri di primissimo piano come Softbank, che sta attivamente cercando di aprire una sede in Israele, Blackstone, Bessemer Venture Partner, Insight Partner e Sequoia Capital.

Ecosistema startup italiano vs israeliano

Il report presentato da Dealroom all’italian tech week di settembre sullo stato dell’arte dell’ecosistema italiano ci consegna uno scenario ben diverso da quello israeliano e dalle nazioni leader in Europa.

Da quanto emerge dal report, l’Italia è la quarta economia d’Europa e membro stabile del G7, ma si classifica solamente dodicesima per investimenti nel Venture Capital e quattordicesima per l’enterprise value dell’ecosistema tecnologico. In sintesi, abbiamo accumulato un ritardo di circa 4/5 anni rispetto all’ecosistema spagnolo e di 7 anni rispetto ai cugini d’oltralpe.

Il modello israeliano dimostra che, nonostante le condizioni di risorse scarse e incertezza, è possibile affermarsi e competere a livello internazionale nel settore dell’innovazione, generando valore per l’intero Paese. D’altronde come affermava David Ben Gurion, fondatore e ex Primo ministro di Israele: “tutti gli esperti sono esperti di qualcosa che è stato, non esistono esperti di qualcosa che sarà”.


[1] Il termine è stato coniato da Dan Sanor e Saul Singer che lo hanno utilizzato come titolo del loro libro sull’economia israeliana. All’inizio del 2009, 63 società israeliane erano quotate sul NASDAQ, rappresentando un numero più alto di qualsiasi Paese estero rispetto agli Stati Uniti.

[2] La Silicon Wadi (Silicon Valley) è un’area presente sulla costa israeliana e in prossimità di Tel Aviv dove si raggruppano le principali aziende tecnologiche del Paese.


English Version

Venture lessons: the case of Israel

Israel, a country with a population of 9.2 million and an area size about 14.5 times smaller than Italy, has managed in just over 35 years since the birth of Venture Capital (since the founding of the first VC fund, Athena Venture Partners, in 1985) to establish itself as one of the leading nations in startup investment.

VC investments in Israeli startups

Pitchbook’s report on the most active investors in Israel, published on October 6, shows that during 2021, $7.45 billion was invested in Israeli startups (more than 7x the amount expected for 2021 by the Italian ecosystem), an increase of 49% compared to the amount in 2020.

Another data that testifies how Israel has earned the nickname Startup Nation is the number of unicorns per capita: the nation of Silicon Wadi ranks first with 1.58 unicorns per capita, ahead of Singapore and the United States at 1.06 and 0.81 respectively.

Looking at such results, it seems legitimate and necessary to ask how a country that gained independence in 1948 and has faced constant conflicts with neighboring countries, has managed in such a short time to climb the hierarchies of the venture capital industry.

How did Israel become homeland of startups and innovation?

According to Jon Medved, CEO of OurCrowd, a global venture capital investment platform based in Jerusalem, and the top investor by number of deals in 2021 with 28 investments, much of the credit can be attributed to Israeli culture and mentality.

The absence of natural resources and the constant threat posed by potential conflict outbreaks has shaped the Israeli mindset towards risk acceptance and living with uncertain conditions typical of the entrepreneurial mindset.

Another factor is the ongoing investment in human capital. From the earliest days of school, Israeli students are encouraged and provided with the tools to approach programming and software development. As Omer Ravi, the CTO and co-founder of OzCode, a platform that speeds up computer system bug fixing by 80%, notes, middle school students are already taking advanced computer science courses, organically feeding into Israel’s already established software industry.

The uniqueness and success of the Israeli ecosystem also depends on having to “compensate” a small domestic market. Local startups are necessarily born with international ambitions, scalable business models and easily implemented in foreign markets. This characteristic has integrated all players in the ecosystem, strongly aligning the interests of government, established companies and institutions. The international mindset has thus convinced and attracted capital and leading foreign players such as Softbank, which is actively seeking to open an office in Israel, Blackstone, Bessemer Venture Partner, Insight Partner and Sequoia Capital.

Italian vs Israeli startup ecosystem

The report presented by Dealroom at the Italian tech week in September on the state of the Italian ecosystem gives us a very different scenario from the Israeli one and the leading nations in Europe.

From what emerges from the report, Italy is the fourth economy in Europe and a stable member of the G7, but it ranks only twelfth for investments in Venture Capital and fourteenth for the enterprise value of the technology ecosystem. In short, we have accumulated a delay of about 4/5 years with respect to the Spanish ecosystem and 7 years with respect to our transalpine cousins.

The Israeli model demonstrates that, despite the conditions of scarce resources and uncertainty, it is possible to succeed and compete internationally in the field of innovation, generating value for the entire country. After all, as David Ben Gurion, founder and former Prime Minister of Israel, said: “all experts are experts in something that has been, there are no experts in something that will be”.


[1] The term was coined by Dan Sanor and Saul Singer, who used it as the title of their book on the Israeli economy. At the beginning of 2009, 63 Israeli companies were listed on NASDAQ, representing a higher number than any foreign country compared to the United States.

[2] The Silicon Wadi (Silicon Valley) is an area on the Israeli coast and in the vicinity of Tel Aviv where the country’s major technology companies are clustered.