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Cresce il mercato della Space Economy: investimenti alle stelle nel 2021

Il 2021 ha rappresentato un anno fondamentale nella crescita della space economy a livello globale.

Si stima infatti che solamente i budget governativi degli 88 Paesi attivi come investitori in questo settore ammontino a una cifra compresa tra gli 86,9 e i 101,7 miliardi di dollari.

Secondo l’ultimo space economy report, rilasciato dall’azienda leader nella consulenza spaziale e d’intelligence di mercato Euroconsult, il valore globale della space economy ha totalizzato 370 miliardi di dollari nel 2021.

Tale somma è a sua volta suddivisibile in due componenti:

  • Il mercato dello spazio, che ha totalizzato 337 miliardi di dollari e include i ricavi commerciali e gli appalti pubblici per le attività spaziali contrattati con il settore privato.
  • Altre spese delle organizzazioni governative per 33 miliardi e che comprendono costi interni e R&D

Cresce l’interesse dei Venture Capitalist

Anche a livello di investimenti di Venture Capital, il settore della space economy si dimostra sempre più attrattivo. In particolare dal 2012 a oggi il settore conta 1694 aziende che hanno raccolto un totale di 252,9 miliardi investimenti in capitale di rischio.

La chiave di volta del settore spaziale è arrivata nel 2015 grazie al Commercial Space Launch Competitiveness Act, o più semplicemente Space Act. Tale legge varata sotto la presidenze di Barack Obama, consente alle industrie statunitensi “di impegnarsi nell’esplorazione commerciale e nello sfruttamento delle risorse spaziali”. Replicando la privatizzazione di Internet, tale legge ha di fatto consegnato nelle mani di agenzie e aziende private un settore che era sempre stato di pertinenza pubblica.

I recenti voli suborbitali realizzati da Richard Branson, con il suo StarShipOne, e da Jeff Bazon con la capsula New Shepard ne sono il perfetto esempio.

Gli investimenti europei e italiani

Nel 2021 l’Europa si è attestata al secondo posto per investimenti nel settore con 11,48 miliardi investiti, seguendo solamente gli Stati Uniti e precedendo Cina e Russia.

L’UE vanta tre programmi spaziali di livello mondiale: Galileo, un sistema globale di navigazione satellitare (GNSS) civile europeo, comprendente di 26 in satelliti in orbita; EGNOS, il servizio europeo di copertura per la navigazione geostazionaria con tre satelliti geostazionari e 40 stazioni terrestri; Copernicus, che “mira a fornire informazioni precise ed attendibili di osservazione della Terra nei settori dell’ambiente, dell’agricoltura, del clima, della sicurezza, della sorveglianza marittima e di altri settori d’intervento dell’UE”[1]

Tale programma vanta 8 satelliti in orbita e si prevede che ne saranno lanciati altri ancora.

Per quanto riguarda l’Italia, il Bel Paese si colloca al sesto posto nel mondo per investimenti in rapporto al PIL e al terzo posto in Europa, contribuendo, solo nel 2021, con 589,9 milioni di euro al budget dell’European Space Agency (ESA).

Un ulteriore spinta al mercato e al settore arriverà grazie ai fondi del Pnrr: allo Spazio sono destinati 1,49 miliardi di euro, suddivisi su sei linee di intervento (Comunicazioni satellitari, Osservazione della Terra, Space factory, accesso allo Spazio, In-orbit economy e downstream).

Anche sul fronte degli investimenti in venture capital, si ravvisa fermento.

A luglio del 2020 è stato lanciato da Primo Ventures, uno dei principali fondi italiani di VC attivi nell’early stage, un fondo di 85 milioni di euro rivolto esclusivamente a progetti attinenti al settore dell’aerospazio (sia in ottica upstream, rivolto direttamente a infrastrutture spaziali, sia in ottica downstream, per applicazioni abilitate da tecnologie spaziali).

Il fondo, ribattezzato Primo Space, conta già all’attivo sei investimenti per un totale di 8,1 milioni.[2]

Infine la recente notizia della quotazione al NASDAQ tramite Spac della società italiana D-orbit conferma e inaugura il momento estremamente favorevole per la space economy italiana.

D-orbit si quoterà sul mercato tramite la business combination con la holding statunitense Breeze Holdings Acquisition Corp, con un Enterprise Value di 1,28 miliardi di dollari ed un target di raccolta di 185 milioni di dollari.[3]

Il contributo della space economy alla sostenibilità

Osservando questi dati e spesso ascoltando le notizie di satelliti e missili a distanza di milioni di chilometri da noi (vedi il falcon 9 in rotta di collisione con la luna), potremmo essere tentati dal porci una semplice domanda: perché? Perché investire ingenti risorse per l’esplorazione spaziale, quando sulla Terra vi sono numerose problematiche, come povertà, disuguaglianza sociale e fame nel mondo (per citarne alcuni)?

La risposta, che ha le sue radici nella intrinseca curiosità umana e slancio verso l’ignoto, ha innumerevoli, e a volte impensabili, risvolti pratici.

Lo sviluppo tecnologico necessario per l’esplorazione spaziale ha consentito e consente di rispondere proprio ad alcuni dei principali problemi della vita di tutti i giorni.

Per citare solo alcuni esempi, le missioni Apollo per portare l’Uomo sulla Luna hanno avuto ricadute tecnologiche fondamentali quali: i circuiti integrati utilizzati negli smartphone, la TAC, i filtri dell’acqua, le coperte termiche, gli utensili a pila e senza fili, il cibo liofilizzato, le protesi e così via.

Inoltre, secondo la ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, le tecnologie satellitari avranno un ruolo fondamentale per raggiungere i 17 Sustainable Development Goals (Sdgs).

Tali tecnologie “permettono di realizzare mappe di copertura del suolo per sviluppare modelli climatici o immagini multispettrali e radar per costruire modelli predittivi sulla deforestazione. O ancora di creare mappe di suscettibilità sulle zone a rischio frane, di monitorare i livelli di inquinamento o le dune nel deserto.”[4]

In conclusione se di solito sky is the limit, citando l’omonima canzone di Notorius B.I.G. che spesso viene usata in gergo startupparo, ricordiamoci, con le parole del pioniere russo dell’astronautica Konstantin Ėduardovič Ciolkovskij, che “la terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere per sempre in una culla”.


[1] https://www.eca.europa.eu/Lists/ECADocuments/SR21_07/SR_EUs-space-assets_IT.pdf

[2] Per una panoramica più complessiva si rimanda al seguente articolo

[3] Sebbene non si possa considerare un unicorno secondo i rigidi canoni della definizione, la quotazione di D-orbit rimane uno dei più importanti successi dell’ecosistema italiano delle startup

[4] https://www.corrierecomunicazioni.it/space-economy/space-economy-italia-quinto-paese-al-mondo-il-pnrr-leva-di-new-business/